Asse cervello-intestino: quando la pancia non mente

Ciò che sentiamo e pensiamo è in gran parte determinato dallo stato delle nostre ghiandole e delle viscere. (Aldous Leonard Huxley)

“Ho preso quella decisione di pancia”; “Ho ascoltato la pancia” … vi è mai capitato di usare queste espressioni per dire che avete seguito l’istinto più che la ragione, oppure per indicare un presentimento? Oggi la scienza ci dice che l’intestino ha davvero, in un certo senso, una sua intelligenza. L’intestino viene oggi considerato una sorta di “secondo cervello” dal momento che possiede un suo sistema nervoso.

Una rassegna di articoli pubblicata recentemente dalla prestigiosa rivista The Lancet Gastroenterology & Hepatology (1) riporta come i dati della letteratura scientifica sostengano l’esistenza di una relazione reciproca tra l’intestino e il cervello. Intestino e cervello si scambiano in continuazione una serie di informazioni biochimiche che determinano una reciproca influenza. Il tratto gastrointestinale è sensibile alle emozioni. Rabbia, ansia, tristezza, euforia – tutti questi sentimenti (e altri) possono scatenare sintomi nell’intestino. Benché la natura della relazione tra cervello e intestino necessiti di ulteriori chiarimenti, la Società Americana di Gastroenterologia suggerisce di non sottovalutare la comunicazione e l’influenza reciproca tra questi due organi così importanti per il nostro benessere e per la nostra salute.

Un intestino in difficoltà può inviare segnali al cervello, proprio come un cervello in difficoltà invia segnali all’intestino. Le malattie infiammatorie dell’intestino (Inflammatory Bowel Disease – IBD) sono associate allo stress e a un prolungato scambio di messaggi di difficoltà tra intestino e cervello, che spesso determina un circuito vizioso. Ansia e depressione possono avere un impatto negativo sulla storia naturale della IBD, che a sua volta può peggiorare il benessere psicologico della persona.

Questo non vuol dire che le IBD siano solo una “questione di testa” o che vadano liquidate con uno sbrigativo “è solo stress!”. Al contrario, siamo davanti a patologie che hanno un impatto significativo sulla quotidianità delle persone, sul loro benessere generale e, in alcuni casi, determinano situazioni invalidanti.

Cosa si può fare per intervenire e interrompere questo ciclo vizioso? È importante che questo tipo di patologie venga affrontato a partire da un’ottica multidisciplinare e quindi tenendo in considerazione sia la componente biologica che quella psicologica. 

La cura delle IBD dovrebbe comprendere:

  • aspetti nutrizionali: conoscere ed evitare quegli alimenti che non contribuiscono al buon funzionamento dell’intestino
  • aspetti comportamentali e abitudini: quanti pasti consumare nella giornata e quando consumarli; gestire le porzioni; fare esercizio fisico
  • aspetti psicologici.

Per quanto riguarda gli aspetti psicologici, oltre alla terapia farmacologica che solitamente prevede la somministrazione di antidepressivi, le linee guida della Società Americana di Gastroenterologia indicano l’utilizzo della terapia cognitivo-comportamentale e della terapia ipnotica, entrambi approcci psicoterapeutici di breve durata focalizzati sulla situazione attuale.

Nella terapia cognitivo-comportamentale si lavora sulla presa di consapevolezza degli atteggiamenti non funzionali, delle emozioni che destabilizzano e delle convinzioni rispetto a sé e agli altri, per arrivare a modificare i comportamenti che non consentono di adattarsi alle situazioni e di (re-)agire in maniera opportuna. La Psicoterapia Ipnotica è mirata in particolare a fare emergere le risorse delle persone  in un clima di collaborazione tra paziente e psicoterapeuta che consente di sviluppare una maggiore fiducia nelle proprie capacità di affrontare le situazioni emotivamente complesse. 

Benché i risultati delle ricerche non siano ancora esaustivi, i dati che dimostrano l’influenza della comunicazione mente-cervello sulle IBD sono in costante aumento e gli interventi mirati su questo meccanismo, come la psicoterapia, hanno la potenzialità di migliorare sia il benessere psicologico che la qualità di vita e probabilmente modificare il decorso della malattia stessa. Tuttavia è necessario non dare credito a infondate teorie che mettono in relazione in maniera diretta e semplicistica il funzionamento dell’intestino con l’insorgenza di specifiche e complesse condizioni patologiche!

(1) Gracie D. J., Hamlin P. J., Ford A. C. The influence of the gut-brain avis in inflammatory bowel disease and possible implications of treatment. Lancet Gastroenterol Hepatol, May 20, 2019

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