New Dheli, il super-batterio che spaventa l’Italia

L’Istituto Superiore di Sanità ha di recente diffuso alcuni dati allarmanti relativi alle infezioni da Klebsiella NDM-1: tra novembre 2018 e agosto 2019 in Toscana il batterio è stato isolato nel sangue di 75 pazienti ricoverati per patologie gravi, con il 40% di letalità.

NDM-1, cioè Metallo-beta-lattamasi di New Delhi, è il nome dato ad un enzima scoperto nel 2009, che rende i batteri resistenti agli antibiotici comunemente utilizzati. Questo enzima è in grado di rompere i legami chimici dell’anello beta-lattamico presente nella molecola di antibiotici come penicilline, cefalosporine e carbapenememici.

Le Klebsielle sono stati i primi batteri identificati nel 2009 come produttori di NDM-1 in un paziente di ritorno dall’India in Inghilterra portatore di un’infezione non rispondente ai comuni antibiotici: la Klebsiella isolata era resistente ai beta-lattamici.

Molto spesso i batteri che hanno l’NDM-1 sono dotati di ulteriori meccanismi enzimatici che li rendono resistenti anche alle altre famiglie di antibiotici, trasformando questi batteri negli ormai noti superbug, capaci quindi di sopravvivere ai fluorchinoloni e agli aminoglicosidi, oltre che ai betalattamici.

Il problema della resistenza agli antibiotici è così grave che le Nazioni Unite lo hanno posto al massimo livello di pericolo insieme all’Hiv. Purtroppo al momento non esiste una risposta farmacologica per la risoluzione di queste infezioni, pertanto le uniche strategie attuabili sono di tipo preventivo attraverso procedure sanitarie:

  • sorveglianza clinico epidemiologica;
  • identificazione e isolamento rapido dei pazienti portatori dei batteri;
  • disinfezione, sanificazione e costante controllo delle attrezzature ospedaliere e degli ambienti chirurgici e clinici;
  • adesione del personale sanitario alle procedure igieniche generali e al lavaggio delle mani frequente.

Il problema delle resistenze è ben noto anche all’OMS che, dal 2001, esorta gli operatori sanitari a ridurre l’uso a tappeto di antibiotici per non indurre un aumento di insorgenza ambientale di resistenza alle malattie batteriche.

La resistenza agli antibiotici è con tutta evidenza il risultato diretto dell’uso eccessivo e irrazionale di antibiotici, sia a livello umano che a livello veterinario.

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