Oltre ai luoghi comuni

Il dibattito sulla cannabis è minato da pregiudizi: alcune considerazioni di carattere scientifico

Ci sono sostanze, come quelle derivate da piante usate dagli esseri umani per decine di secoli a scopo terapeutico e ricreativo, che non hanno l’incombenza di dover dimostrare di essere farmacologicamente attive. Nonostante tutto, ciò non esime coloro che devono regolamentare legiferare sull’uso di queste piante dal farlo in modo responsabile basato sulle evidenze scientifiche.

Il dibattito sulla cannabis sembra essere contaminato dalla peggiore supponenza politica, nel rumoroso silenzio degli esperti della materia. Il fatto che trentadue Stati americani abbiano autorizzato la prescrizione della marijuana per indicazioni terapeutiche deriva per lo più da una mutata percezione sociale e da meno stigma associato con l’uso di questa pianta.

Ma ciò non si è accompagnato a maggiori risultati scientifici sul loro uso ricreativo che, infatti, non è stato legalizzato dallo stesso numero di Stati. Esiste viceversa il sospetto che alla base di tanto entusiasmo spesso acritico verso l’impiego a scopo voluttuario e non della cannabis e dei suoi derivati ci possano essere formidabili interessi economici.

Questo “riscatto” terapeutico da parte dei cannabinoidi – che secondo alcuni farmacologi, incluso il sottoscritto, restano una promettente area di ricerca e sviluppo terapeutico – era quasi insperato dopo il tragico fallimento di certi farmaci che avevano un’azione specifica sui recettori cerebrali e periferici.

Tra tutti spicca il Rimonabant (nome commerciale Acomplia o Zimulti): venne autorizzato con grandissime speranze per il trattamento dei pazienti in sovrappeso con fattori di rischio quali diabete e dislipidemia, ma fu poi precipitosamente ritirato nemmeno cinque mesi più tardi.

A conferma che la cannabis e i suoi derivati meritino tutta la giusta competenza scientifica giova ricordare che il ritiro della commercializzazione fu deciso in seguito all’aumentato rischio di gravi effetti indesiderati di tipo psichiatrico, inclusi disturbi depressivi con aumentato rischio suicidario, ansia e aggressività, con percentuali superiori sino a cinque volte rispetto al placebo.

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