Vaccini a vettore virale: AstraZeneca & Sputnik V

Nella lotta a Sars-Cov-2 i vaccini rivestono un ruolo fondamentale per ridurre significativamente la possibilità di manifestare la malattia sintomatica, sebbene non sia ancora dimostrato che possano ridurre il contagio. Nonostante i diversi tipi approvati, l’obiettivo finale è far produrre al sistema immunitario gli anticorpi diretti contro la proteina spike di Sars-Cov-2.

COME FUNZIONANO I VACCINI A TECNOLOGIA VETTORE VIRALE
A differenza dei vaccini a mRNA di Pfizer-BioNTech e Moderna, Sputnik V, così come AstraZeneca e Johnson & Johnson, sfruttano la tecnologia a vettore virale. Questo tipo di vaccini è costituito da due componenti: un virus modificato innocuo (involucro) contenente il gene per produrre la proteina spike, necessaria al virus per entrare nelle cellule dell’organismo. Il virus modificato non è in grado di replicarsi ma agisce solo da vettore, trasportando il gene alle cellule del corpo per produrre spike. Le cellule del sistema immunitario, allora, avvertendo un “componente estraneo all’organismo” si attiveranno per contrastarlo, producendo anticorpi e attivando le cellule T. In questo modo, il sistema immunitario sarà preparato a difendersi nel momento in cui dovesse incontrare il “vero” virus SARS-CoV-2.

Il vaccino Sputnik, sviluppato in Russia dal Gamaleya Research Institute of Epidemiology and Microbiology, a differenza degli altri a vettore virale, sfrutta due involucri diversi: il virus Ad26 per la prima iniezione e Ad25 per la seconda dose, a 21 giorni di distanza. Questo sistema permette di non far ridurre di efficacia la vaccinazione. Infatti, il rischio di avere lo stesso involucro nelle due somministrazioni, è che alla prima dose il sistema immunitario produca anticorpi contro il vettore che perderebbe quindi di efficacia nella successiva iniezione. I dati pubblicati sulla rivista The Lancet sono infatti molto promettenti: il vaccino russo presenta un’efficacia del 91% nel prevenire lo sviluppo della malattia secondo i risultati della sperimentazione di fase III su oltre 20 mila individui. Un risultato che lo rende fondamentale nella lotta contro la pandemia. Vista l’efficacia di questa combinazione di vettori, sono in studio diverse associazioni, non solo fra adenovirus differenti tra prima e seconda dose ma anche fra adenovirus ed mRNA.

Anche il vaccino ChAdOx1-S, sviluppato da AstraZeneca e Università di Oxford, segue la tecnologia a vettore virale ed è il terzo approvato in Italia dopo Pfizer-BioNTech e Moderna per la lotta al Covid 19. L’autorizzazione da parte di AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) è fondamentale, vista l’emergenza pandemica e le difficoltà ad approvvigionarsi delle dosi necessarie ad una campagna di massa. Il farmaco ha mostrato una efficacia nella riduzione delle infezioni sintomatiche pari al 59,5%, inferiore rispetto al 95% di Pfizer-BioNTech e 94% di Moderna. Tuttavia, ha spiegato AIFA che «la comparazione tra i tre vaccini è difficile, tenuto conto delle diversità delle popolazioni studiate e della necessità di completare gli studi». Infatti, gli studi clinici non hanno dati soddisfacenti sui soggetti con più di 55 anni, che poco rappresentati nei trial, non hanno consentito stime di efficacia risolutive. Il vaccino AstraZeneca, secondo il comitato tecnico-scientifico di AIFA, è raccomandato quindi alle persone fra i 18 e i 55 anni, «in attesa di acquisire ulteriori dati». Un grande vantaggio è legato alla sua conservazione potendo essere rimanere a temperatura di frigorifero. Gli effetti collaterali registrati sono di lieve o moderata entità e di rapida risoluzione: dolore e gonfiore il sede di iniezione, mal di testa, stanchezza, dolore muscolare, sensazione generale di malessere, brividi, febbre, dolori articolari e nausea.

Naturalmente, in queste fasi così importanti, il monitoraggio proseguirà attraverso il sistema europeo e nazionale di farmacovigilanza.

A cura di Michela Soardi

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